Al Corriere di Como,
sono indignato dal comportamento dei tifosi che hanno intonato cori razzisti contro un giocatore di colore durante la partita tra Juventus e Inter.
Poiché questi episodi si ripetono con preoccupante frequenza negli stadi devo pensare che gli italiani, e non solo essi, siano razzisti?
Com’è possibile debellare questo intollerabile atteggiamento dei tifosi negli stadi?
Cosimo Lenti
Caro lettore,
il dibattito seguito ai cori di intolleranza nei confronti del calciatore Balotelli, italiano di colore, ha toccato vette di inimmaginabile degrado linguistico e sconfortante rilassamento della ragione.
Abbiamo imparato che negli stadi alcune poco signorili espressioni hanno diritto di cittadinanza: “scemo, cornuto, figlio di…, devi morire” e via maledicendo sono considerate naturali e logiche esternazioni di sensazioni e sentimenti dettate dai piedi senza alcun afflato del cuore o della ragione.
Eppure chi ama il calcio, ed io sono tra quelli, sa che il gioco del pallone trova nei piedi dei calciatori solo il mezzo, neppure più nobile, per liberare intelligenza, cuore, fantasia, estro, creatività, passione.
Il gol, la rete che vibra, il pedatore sommerso dai compagni, la pazzia contagiosa dei tifosi che si abbracciano senza distinzione di sesso o condizione sociale, è liberazione dello spirito, esplosione di felicità, sfogo che vale almeno un ciclo completo dallo psicologo al costo di un biglietto d’ingresso allo stadio.
Questa sorte di follia collettiva che dura novanta minuti è in realtà una rappresentazione teatrale nella quale ogni attore, calciatore, tifoso, arbitro, recita volonterosamente la sua parte.
Il campione dribbla, lo spettatore applaude e impreca, l’arbitro sbaglia a prescindere (come direbbe Totò).
La partita è tragedia, commedia, farsa: la trama è sempre la stessa, l’imprevedibilità degli attori e la cieca irrazionalità della fortuna regalano tuttavia ogni volta nuove e impreviste emozioni.
A teatro quando cala il sipario tutto finisce, rimangono solo pacate o vive sensazioni.
Allo stadio, quando l’arbitra fischia la fine, comincia un’altra partita che nulla ci azzecca con quella giocata sul campo.
La moviola viviseziona ogni sussulto, il saccente paludato sentenzia dalla poltrona, la televisione spegne le telecamere sul campo ed accende i riflettori sui protagonisti.
Il calcio parlato assume il sopravvento su quello giocato.
Le disquisizioni assumono allora valore filosofico e letterario, si colorano di ammonizioni moralistiche e filologiche.
Si dispensano saggi principi e regole di comportamento: “scemo” si può intonare, “devi morire” è sconsigliabile, “bastardo” deprecabile, “negro di m.” proibito…
La miseria morale di una classifica delle espressioni di dileggio è squallido segnale dell’insignificanza della ragione annichilita dalla prepotenza dell’ignoranza e dell’irragionevolezza.
L’espressione o l’atteggiamento intollerante dei tifosi peraltro sempre nei confronti degli avversari ( i “diversi” con braghe e maglietta dei nostri colori sono invece “uguali”), a mio avviso, va severamente punito e osteggiato con provvedimenti adeguati.
Io credo, tuttavia, che certi deprecabilissimi atteggiamenti di molti tifosi durante quei novanta minuti di straripante incontrollata ebbrezza, non siano il segnale di un atteggiamento “razzistico”, ma solo espressione di scarsa o inesistente educazione oltre che di una ridotta padronanza lessicale.
Allo squallore della questione non credo sia estranea la fumosa verbosità di molti commentatori, la saccenteria di troppi soloni, la mancanza di misura nei giudizi, la pretestuosa accentuazione di presunte intenzioni o comportamenti degli attori sul campo e fuori di esso.
Divieti, multe, riprovazioni, squalifiche, forse possono essere lieve argine al degrado.
Restituire al pallone la dignità di un gioco fatto con cuore e ragione e non solo con i piedi, appare ambizioso ma necessario obiettivo.
Un’iniezione robusta di educazione accompagnata da una rivisitazione del dizionario per tutti i protagonisti appare utile allo scopo.
Cordialità
venerdì 1 maggio 2009
Una storia forse vera
La propaganda elettorale
Borgo Gentile, un paese di pochi abitanti.
Le case tutte bianche.
Intorno la campagna.
Vigneti e uliveti a perdita d’occhio.
Il calendario non lo dice, ma oggi è giorno di festa.
Un carro bianco, fiori colorati ad ornarlo.
Quattro cavalli maestosi, il passo solenne, a trainarlo.
A cassetta un uomo, le lunghe redini fra le mani.
Dietro, sorridenti, moglie, figli, parenti ed amici più cari.
Davanti la banda.
Con tutti gli strumenti, anche il tamburo.
I suonatori con la divisa della festa.
Dai loro cuori, attraverso trombe e clarini, una musica allegra, ma malinconica.
Gregorio, l’uomo a cassetta, saluta felice il paese.
Domani deve partire.
Per il Paradiso.
E’ questa un’usanza di Borgo Gentile.
I morti, prima di morire, attraverso la piazza e le vie, per avvertire.
“Amici, domani non mi cercate!
La mia nuova casa è lassù, in Paradiso!”
E questo per tutti.
Poveri e ricchi, letterati e analfabeti, onesti e imbroglioni.
Una volta nella vita, al centro dell’attenzione, salutati e riveriti da tutti.
Avviene così a Borgo Gentile perché, tale Giovanni, un giorno era morto, ma poi aveva dovuto tornare in vita.
Arrivato alla soglia del Paradiso, un angelo gli aveva detto: “Giovanni, mi spiace, ti devo rimandare sulla terra.
Come vedi, oggi c’è molta confusione, dovresti aspettare a lungo.”
Giovanni, anche i morti sono curiosi, lo sguardo intorno per vedere, capire.
“Il Paradiso mi sembra davvero niente male!” ed era tornato a raccontare.
Per questo la morte a Borgo Gentile è un momento di festa.
Ma ahimé, questo mal si concilia con chi non crede nel Cielo.
Il sole, la luna, le stelle non esistono!
Sono solo fantasie, miraggi, sogni colorati!
“Cittadini, ragionate!
Da oggi il funerale solo da morti.”
L’ordinanza firmata dal sindaco e dal consiglio comunale.
Non più il saluto agli amici dal carro ornato di fiori.
E neppure attraverso il paese, ma direttamente al cimitero.
Per questo a Borgo Gentile adesso nessuno vuole morire.
Si sono tutti attaccati alla vita.
E non la vogliono lasciare.
E quando è il momento, questo è il destino delle cose e degli uomini, è pianto e tristezza.
Chi muore e chi resta grida, piange, si dispera.
Ma è ormai tempo di elezioni.
Un cartello, una promessa.
“A Borgo Gentile sarà vietato morire.”
Anche Giovanni, quello che era dovuto ritornare in terra, sia pure per poco, dalla sua nuvola ha letto.
E’ preoccupato.
Aspetta da tempo i suoi vecchi amici.
Ha voglia di fare una partita a carte con Gigi, Cosimino e Gregorio.
“Fra poco, ha detto l’angelo che tiene la contabilità del Cielo, arriveranno!
Ho già riservato una nuvola per loro, laggiù!”
“Ma adesso, con questa nuova ordinanza del sindaco…” pensa Giovanni.
Di fronte il buon Dio, che legge nell’anima dei vivi ed anche dei morti, lo guarda e sorride.
“Stai tranquillo Giovanni, è solo propaganda elettorale!”
Giovanni adesso è sereno.
E corre sulla sua nuvola rosa a preparare le carte.
Borgo Gentile, un paese di pochi abitanti.
Le case tutte bianche.
Intorno la campagna.
Vigneti e uliveti a perdita d’occhio.
Il calendario non lo dice, ma oggi è giorno di festa.
Un carro bianco, fiori colorati ad ornarlo.
Quattro cavalli maestosi, il passo solenne, a trainarlo.
A cassetta un uomo, le lunghe redini fra le mani.
Dietro, sorridenti, moglie, figli, parenti ed amici più cari.
Davanti la banda.
Con tutti gli strumenti, anche il tamburo.
I suonatori con la divisa della festa.
Dai loro cuori, attraverso trombe e clarini, una musica allegra, ma malinconica.
Gregorio, l’uomo a cassetta, saluta felice il paese.
Domani deve partire.
Per il Paradiso.
E’ questa un’usanza di Borgo Gentile.
I morti, prima di morire, attraverso la piazza e le vie, per avvertire.
“Amici, domani non mi cercate!
La mia nuova casa è lassù, in Paradiso!”
E questo per tutti.
Poveri e ricchi, letterati e analfabeti, onesti e imbroglioni.
Una volta nella vita, al centro dell’attenzione, salutati e riveriti da tutti.
Avviene così a Borgo Gentile perché, tale Giovanni, un giorno era morto, ma poi aveva dovuto tornare in vita.
Arrivato alla soglia del Paradiso, un angelo gli aveva detto: “Giovanni, mi spiace, ti devo rimandare sulla terra.
Come vedi, oggi c’è molta confusione, dovresti aspettare a lungo.”
Giovanni, anche i morti sono curiosi, lo sguardo intorno per vedere, capire.
“Il Paradiso mi sembra davvero niente male!” ed era tornato a raccontare.
Per questo la morte a Borgo Gentile è un momento di festa.
Ma ahimé, questo mal si concilia con chi non crede nel Cielo.
Il sole, la luna, le stelle non esistono!
Sono solo fantasie, miraggi, sogni colorati!
“Cittadini, ragionate!
Da oggi il funerale solo da morti.”
L’ordinanza firmata dal sindaco e dal consiglio comunale.
Non più il saluto agli amici dal carro ornato di fiori.
E neppure attraverso il paese, ma direttamente al cimitero.
Per questo a Borgo Gentile adesso nessuno vuole morire.
Si sono tutti attaccati alla vita.
E non la vogliono lasciare.
E quando è il momento, questo è il destino delle cose e degli uomini, è pianto e tristezza.
Chi muore e chi resta grida, piange, si dispera.
Ma è ormai tempo di elezioni.
Un cartello, una promessa.
“A Borgo Gentile sarà vietato morire.”
Anche Giovanni, quello che era dovuto ritornare in terra, sia pure per poco, dalla sua nuvola ha letto.
E’ preoccupato.
Aspetta da tempo i suoi vecchi amici.
Ha voglia di fare una partita a carte con Gigi, Cosimino e Gregorio.
“Fra poco, ha detto l’angelo che tiene la contabilità del Cielo, arriveranno!
Ho già riservato una nuvola per loro, laggiù!”
“Ma adesso, con questa nuova ordinanza del sindaco…” pensa Giovanni.
Di fronte il buon Dio, che legge nell’anima dei vivi ed anche dei morti, lo guarda e sorride.
“Stai tranquillo Giovanni, è solo propaganda elettorale!”
Giovanni adesso è sereno.
E corre sulla sua nuvola rosa a preparare le carte.
venerdì 3 aprile 2009
Comaschi e tesori artistici
Lettera e risposta sulla posta dei lettori di domenica 29 marzo 2009 sul Corriere di Como
Al prof Romano,
le racconto un episodio a cui ho assistito ieri. Passando dalle parti di Porta Torre ho visto un gruppo di giovani davanti al liceo classico. Una guida illustrava la storia dell’edificio e delle colonne del porticato. Al termine, la guida, credo fosse un professore e i turisti una classe in gita, si è rivolta ad un passante per chiedere dove fosse la Torre Gattoni.
Questi era in grande imbarazzo, probabilmente perché non lo saapeva, finché è intervenuta una signora con un accento inequivocabilmente straniero che con grande naturalezza ha spiegato dove fosse e come arrivarci.
Ho deciso di fare un bel ripasso del pochissimo che ho imparato a scuola sul patrimonio storico e artistico di Como.
Faccio bene?
Nello Putto
Caro Nello,
non fa bene, fa benissimo a ristudiare la storia di Como.
Riscoprire la propria città regala sensazioni inaspettate.
L’episodio a cui lei ha assistito non è esaltante.
Ma non credo sia esclusivo dei comaschi sapere poco della proprio città…
Confesso che anche a me è capitato un episodio analogo, però sono stato più fortunato di quel passante.
Una giovane coppia con una cartina di Como sotto Porta Torre tentava di orientarsi con scarso successo.
Passavo di lì e la ragazza si è avvicinata e mi ha chiesto in inglese come arrivare in via Mentana dove secondo la guida doveva esserci Casa Terragni…
Il mio inglese non è di Oxford tuttavia me la sono cavata ed ho indicato loro il percorso per andare in via Mentana.
Poi li ho seguiti da lontano e così ho imparato, io comasco da due inglesi, che dalle parti del mercato c’è “Casa Terragni” e ho finalmente capito perché tutti i turisti giapponesi che passano di lì per recarsi in centro si fermano ammirati davanti a quel palazzo e scattano foto in quantità.
Mi reputo doppiamente fortunato.
Primo, perché se mi avessero chiesto dove fosse “Casa Terragni” sarei cascato dalle nuvole con relativa brutta figura.
Secondo, perché è stata l’occasione che mi ha indotto a riscoprire il grande architetto milanese, che tuttavia noi comaschi consideriamo nostro concittadino per le tracce che ha lasciato a Como del suo genio in palazzi, monumenti, asili, e in particolare per la “Casa del Fascio” attualmente sede della Guardia di Finanza.
Lei ha ragione, a scuola ben poco si parla dei tesori artistici della nostra città.
I nostri ragazzi, e non solo loro, sanno tutto dei musei di Parigi e Londra, ma quasi nessuno sa qualcosa della basilica di san Fedele o di Sant’Abondio…
Io credo che Como abbia tutte le caratteristiche per ritenersi una città turistica: il Cielo le ha ritagliato uno spazio di incredibile fascino, i grandi artisti del passato hanno lasciato un ricco patrimonio architettonico, gli amministratori locali dimostrano di essere sensibili al fascino dell’arte e della storia con opere di restaurazione e valorizzazione della nostra tradizione culturale.
Che Como sia città d’arte lo dice la frotta sempre crescente di scolaresche con professori al seguito che sempre più frequentemente avviene di incontrare per le vie della città.
Lo dimostra il numero di turisti stranieri sempre attenti a non perdere una sola parola della guida con il solito ombrellino colorato sollevato verso l’alto per non farsi perdere di vista dai più distratti.
Ottima occasione anche per noi le guide…
Io spesso mi accodo ad un gruppo a caso, possibilmente di italiani e ascolto attento riscoprendo un mucchio di cose sulla mia città che, forse un giorno mi avranno anche insegnato, ma adesso mi sembrano del tutto nuove.
Ieri mi sono accodato ad un gruppo davanti alla casa natale di Volta e finalmente ho scoperto dov’è la fatale (per quello sfortunato passante) Torre Gattoni.
Dove sia, caro Nello, non glielo rivelo. Non voglio toglierle il piacere di scoprirlo magari confondendosi in un gruppo di turisti o in una classe di studenti a zonzo per la città.
Grazie per la lettera
Cordialità
Al prof Romano,
le racconto un episodio a cui ho assistito ieri. Passando dalle parti di Porta Torre ho visto un gruppo di giovani davanti al liceo classico. Una guida illustrava la storia dell’edificio e delle colonne del porticato. Al termine, la guida, credo fosse un professore e i turisti una classe in gita, si è rivolta ad un passante per chiedere dove fosse la Torre Gattoni.
Questi era in grande imbarazzo, probabilmente perché non lo saapeva, finché è intervenuta una signora con un accento inequivocabilmente straniero che con grande naturalezza ha spiegato dove fosse e come arrivarci.
Ho deciso di fare un bel ripasso del pochissimo che ho imparato a scuola sul patrimonio storico e artistico di Como.
Faccio bene?
Nello Putto
Caro Nello,
non fa bene, fa benissimo a ristudiare la storia di Como.
Riscoprire la propria città regala sensazioni inaspettate.
L’episodio a cui lei ha assistito non è esaltante.
Ma non credo sia esclusivo dei comaschi sapere poco della proprio città…
Confesso che anche a me è capitato un episodio analogo, però sono stato più fortunato di quel passante.
Una giovane coppia con una cartina di Como sotto Porta Torre tentava di orientarsi con scarso successo.
Passavo di lì e la ragazza si è avvicinata e mi ha chiesto in inglese come arrivare in via Mentana dove secondo la guida doveva esserci Casa Terragni…
Il mio inglese non è di Oxford tuttavia me la sono cavata ed ho indicato loro il percorso per andare in via Mentana.
Poi li ho seguiti da lontano e così ho imparato, io comasco da due inglesi, che dalle parti del mercato c’è “Casa Terragni” e ho finalmente capito perché tutti i turisti giapponesi che passano di lì per recarsi in centro si fermano ammirati davanti a quel palazzo e scattano foto in quantità.
Mi reputo doppiamente fortunato.
Primo, perché se mi avessero chiesto dove fosse “Casa Terragni” sarei cascato dalle nuvole con relativa brutta figura.
Secondo, perché è stata l’occasione che mi ha indotto a riscoprire il grande architetto milanese, che tuttavia noi comaschi consideriamo nostro concittadino per le tracce che ha lasciato a Como del suo genio in palazzi, monumenti, asili, e in particolare per la “Casa del Fascio” attualmente sede della Guardia di Finanza.
Lei ha ragione, a scuola ben poco si parla dei tesori artistici della nostra città.
I nostri ragazzi, e non solo loro, sanno tutto dei musei di Parigi e Londra, ma quasi nessuno sa qualcosa della basilica di san Fedele o di Sant’Abondio…
Io credo che Como abbia tutte le caratteristiche per ritenersi una città turistica: il Cielo le ha ritagliato uno spazio di incredibile fascino, i grandi artisti del passato hanno lasciato un ricco patrimonio architettonico, gli amministratori locali dimostrano di essere sensibili al fascino dell’arte e della storia con opere di restaurazione e valorizzazione della nostra tradizione culturale.
Che Como sia città d’arte lo dice la frotta sempre crescente di scolaresche con professori al seguito che sempre più frequentemente avviene di incontrare per le vie della città.
Lo dimostra il numero di turisti stranieri sempre attenti a non perdere una sola parola della guida con il solito ombrellino colorato sollevato verso l’alto per non farsi perdere di vista dai più distratti.
Ottima occasione anche per noi le guide…
Io spesso mi accodo ad un gruppo a caso, possibilmente di italiani e ascolto attento riscoprendo un mucchio di cose sulla mia città che, forse un giorno mi avranno anche insegnato, ma adesso mi sembrano del tutto nuove.
Ieri mi sono accodato ad un gruppo davanti alla casa natale di Volta e finalmente ho scoperto dov’è la fatale (per quello sfortunato passante) Torre Gattoni.
Dove sia, caro Nello, non glielo rivelo. Non voglio toglierle il piacere di scoprirlo magari confondendosi in un gruppo di turisti o in una classe di studenti a zonzo per la città.
Grazie per la lettera
Cordialità
mercoledì 25 marzo 2009
Idriz e fantasia
Caro "anonino",
è stato per me piacere non già epidermico, piuttosto dello spirito, avere letto il suo bel commento alle mie farneticazioni della fantasia che ha ormai definitivamente prevalso sulla razionalità...
Par di riassaporarla l'acqua che "buscia".
L'acqua senza sapore è il pensiero semplice, freddo, vero, reale.
Poi in quest'acqua (nei pensieri) sciogli la bustina di "idriz" (la fantasia) ed ecco il miracolo dell'acqua che "buscia", ovvero del pensiero arricchito di sentimento che commuove e ti fa vibrare "dentro" sull'onda dei ricordi...
Queste note sballate sono la prova provata che l'acqua che "buscia" o meglio il ricordo impreziosito dalla fantasia è reale, accidenti se è reale, al punto che quasi quasi crediamo e ci convinciamo.. che davvero allora tutto fosse così "frizzante e saporito"...
Fortuna
è stato per me piacere non già epidermico, piuttosto dello spirito, avere letto il suo bel commento alle mie farneticazioni della fantasia che ha ormai definitivamente prevalso sulla razionalità...
Par di riassaporarla l'acqua che "buscia".
L'acqua senza sapore è il pensiero semplice, freddo, vero, reale.
Poi in quest'acqua (nei pensieri) sciogli la bustina di "idriz" (la fantasia) ed ecco il miracolo dell'acqua che "buscia", ovvero del pensiero arricchito di sentimento che commuove e ti fa vibrare "dentro" sull'onda dei ricordi...
Queste note sballate sono la prova provata che l'acqua che "buscia" o meglio il ricordo impreziosito dalla fantasia è reale, accidenti se è reale, al punto che quasi quasi crediamo e ci convinciamo.. che davvero allora tutto fosse così "frizzante e saporito"...
Fortuna
Il dialetto a scuola
Domenica 22 marzo un lettore mi mandato questa lettera curiosa e stimolante
Al Corriere di Como,
ho letto sul vostro giornale che un comasco su dieci tra le mura di casa parla in dialetto, uno su quattro alterna italiano e dialetto, uno su cinquanta parla solo ed esclusivamente in dialetto con gli estranei.
Sono numeri e percentuali che però probabilmente riguardano solo le persone di una certa età.
Io, in città ed anche nei paesi, non sento mai parlare in dialetto i giovani e quindi credo che il dialetto sia destinato a sparire.
Non sarebbe una bella cosa se, per non perderlo, lo si insegnasse a scuola?
Antonio Perucci
Caro lettore,
mettere il dialetto tra le materie scolastiche?
La mia prima spontanea risposta, essendo uno di quei venticinque comaschi su cento che alternano italiano e dialetto, è chiarissima: "Chi a Com, gh'hemm minga temp, num, de dagh a trà ai ball de la gent!”
Traduco in simultanea: “ Qui a Como, non abbiamo tempo, noi, di dare retta alle “balle” della gente”.
La risposta è chiara sia in dialetto che in italiano: no al dialetto in aula.
No, perché il dialetto non si può imparare, cresce insieme a noi, ce l’hai dentro da sempre.
Il dialetto non è solo un mezzo per comunicare come qualsiasi lingua, costruita su rigide regole grammaticali e sintattiche, è molto di più,
E’ tradizione popolare e culturale fedele nel tempo, insensibile agli umori delle mode.
Passione, amore, compiacimento, delusione, rabbia, ironia, sono sentimenti che in dialetto prendono forma e, attraverso la leggerezza, o la pesantezza, comunque coinvolgente dei termini, affascina e trascina.
Nella ricchezza lessicale del dialetto il dramma si stempera, la battuta anche indelicata non scandalizza, se mai induce alla risata.
Caro Antonio, chi auspica che il dialetto sia insegnato a scuola non vuole bene alla scuola e neppure al dialetto.
Io amo il dialetto, qualche volta lo parlo, lo ascolto con piacere, mi intriga coglierne lo spirito di saggezza popolare.
Distinguo il milanese dal comasco e dal ticinese.
Dolce, avvolgente e musicale il vernacolo meneghino, duro e spigoloso quello dei cugini ticinesi, a metà strada tra i due il nostro.
Il dialetto a scuola sarebbe la morte del dialetto stesso e ulteriore dispregio all’italiano.
Meglio riservare le intraducibili espressioni dialettali ad occasioni più intriganti come avvenne in tempi lontanissimi ad un amico di Monte Olimpino in una balera di Mendrisio.
Al suo garbato invito “vuole ballare?” rivolto in forbito italiano ad un “belèe de tosa” si sentì rispondere “Istù, sum sciàa par quèll”” in un raggelante teutonico vernacolo.
La straripante forza espressiva del dialetto come usuale mezzo di comunicazione diventa ostacolo per i ragazzi nell’apprendimento dell’italiano.
Lo sapevano, e lo sanno anche oggi, molti genitori che, pur parlando spesso in dialetto tra loro, pretendono che i loro figli si esprimano in italiano.
Una volta mi trovai a fare gli esami di maturità in un paese dove tutti, studenti e professori, parlavano in dialetto.
Sono rimasto ammirato dai ragazzi e ne ho premiato l’impegno per la prontezza con cui traducevano le domande rivolte loro italiano, pensavano la risposta in dialetto e replicavano in italiano.
Il colloquio di inglese era un vero e proprio raid linguistico: dall’inglese all’italiano, dall’italiano al dialetto, dal dialetto all’inglese nelle domande, percorso inverso nelle risposte.
L’è mej stà schisc.
Lasciamo il dialetto dov’è.
Ciciarem in piazza e sul lagh, ma a scuola, per favore parliamo in italiano.
E’ il mio parere, il parere di uno che al “Te se regòrdet?” di qualche amico meno giovane si arrende a quel dolce “magon” intraducibile in italiano.
La ringrazio per la sua lettera.
“Adèss però l’è mèj dàghen on tàj”…
Cordialità
Al Corriere di Como,
ho letto sul vostro giornale che un comasco su dieci tra le mura di casa parla in dialetto, uno su quattro alterna italiano e dialetto, uno su cinquanta parla solo ed esclusivamente in dialetto con gli estranei.
Sono numeri e percentuali che però probabilmente riguardano solo le persone di una certa età.
Io, in città ed anche nei paesi, non sento mai parlare in dialetto i giovani e quindi credo che il dialetto sia destinato a sparire.
Non sarebbe una bella cosa se, per non perderlo, lo si insegnasse a scuola?
Antonio Perucci
Caro lettore,
mettere il dialetto tra le materie scolastiche?
La mia prima spontanea risposta, essendo uno di quei venticinque comaschi su cento che alternano italiano e dialetto, è chiarissima: "Chi a Com, gh'hemm minga temp, num, de dagh a trà ai ball de la gent!”
Traduco in simultanea: “ Qui a Como, non abbiamo tempo, noi, di dare retta alle “balle” della gente”.
La risposta è chiara sia in dialetto che in italiano: no al dialetto in aula.
No, perché il dialetto non si può imparare, cresce insieme a noi, ce l’hai dentro da sempre.
Il dialetto non è solo un mezzo per comunicare come qualsiasi lingua, costruita su rigide regole grammaticali e sintattiche, è molto di più,
E’ tradizione popolare e culturale fedele nel tempo, insensibile agli umori delle mode.
Passione, amore, compiacimento, delusione, rabbia, ironia, sono sentimenti che in dialetto prendono forma e, attraverso la leggerezza, o la pesantezza, comunque coinvolgente dei termini, affascina e trascina.
Nella ricchezza lessicale del dialetto il dramma si stempera, la battuta anche indelicata non scandalizza, se mai induce alla risata.
Caro Antonio, chi auspica che il dialetto sia insegnato a scuola non vuole bene alla scuola e neppure al dialetto.
Io amo il dialetto, qualche volta lo parlo, lo ascolto con piacere, mi intriga coglierne lo spirito di saggezza popolare.
Distinguo il milanese dal comasco e dal ticinese.
Dolce, avvolgente e musicale il vernacolo meneghino, duro e spigoloso quello dei cugini ticinesi, a metà strada tra i due il nostro.
Il dialetto a scuola sarebbe la morte del dialetto stesso e ulteriore dispregio all’italiano.
Meglio riservare le intraducibili espressioni dialettali ad occasioni più intriganti come avvenne in tempi lontanissimi ad un amico di Monte Olimpino in una balera di Mendrisio.
Al suo garbato invito “vuole ballare?” rivolto in forbito italiano ad un “belèe de tosa” si sentì rispondere “Istù, sum sciàa par quèll”” in un raggelante teutonico vernacolo.
La straripante forza espressiva del dialetto come usuale mezzo di comunicazione diventa ostacolo per i ragazzi nell’apprendimento dell’italiano.
Lo sapevano, e lo sanno anche oggi, molti genitori che, pur parlando spesso in dialetto tra loro, pretendono che i loro figli si esprimano in italiano.
Una volta mi trovai a fare gli esami di maturità in un paese dove tutti, studenti e professori, parlavano in dialetto.
Sono rimasto ammirato dai ragazzi e ne ho premiato l’impegno per la prontezza con cui traducevano le domande rivolte loro italiano, pensavano la risposta in dialetto e replicavano in italiano.
Il colloquio di inglese era un vero e proprio raid linguistico: dall’inglese all’italiano, dall’italiano al dialetto, dal dialetto all’inglese nelle domande, percorso inverso nelle risposte.
L’è mej stà schisc.
Lasciamo il dialetto dov’è.
Ciciarem in piazza e sul lagh, ma a scuola, per favore parliamo in italiano.
E’ il mio parere, il parere di uno che al “Te se regòrdet?” di qualche amico meno giovane si arrende a quel dolce “magon” intraducibile in italiano.
La ringrazio per la sua lettera.
“Adèss però l’è mèj dàghen on tàj”…
Cordialità
martedì 17 marzo 2009
Il drago verde
Domenica sul Corriere di Como una lettrice mi ha scritto una bella lettera.
Mi piace riproporla insieme al mio commento
Il vostro giornale ha dato notizia dell’iniziativa del comune di San Siro, in alto lago poco dopo Santa Maria Rezzonico, di installare nella piazza del paese una fontana dalla quale i cittadini possono prendere del tutto gratuitamente a piacimento acqua naturale o gasata.
Credo che sia un bel risparmio per molte famiglie non dovere più comperare l’acqua al supermercato ed anche per il comune che deve smaltire la plastica delle bottiglie.
In questi tempi di crisi finalmente una buona iniziativa concreta.
Non vi sembra che altre amministrazioni dovrebbero copiare l’idea?
Perché se ne è parlato così poco?
Perché non si fa anche a Como?
Distinti saluti
Maria Fontana
Cara lettrice,
le rispondo pescando nella memoria del tempo .
“Ti offro da bere al Drago Verde” : tono e parole dell’invito di un amico incontrato casualmente in “vasca”.
La “vasca” è il primo tratto di via Vittorio Emanuele partendo da piazza Duomo, cosiddetto perché da sempre è il luogo di passeggio (su e giù) di moltissimi comaschi.
E si è avviato verso piazza Cavour.
Si è diretto verso la bellissima fontana (eccolo il drago verde) e mi ha invitato a bere a volontà.
Mi sono chinato, un po’ goffo nella mia imperizia, ed ho bevuto a garganella.
L’acqua era fresca, buona e per di più gratis.
Da allora anch’io, agli amici, offro da bere al “drago verde”.
Ho ritrovato in casa fra le cose che non si usano più ma che non si buttano perché non si sa mai, un aggeggio ingegnoso che si trasforma facilmente in bicchiere.
Mi è stato utilissimo secoli fa quando accompagnavo le mie piccole in bicicletta ai giardini a lago, adesso lo uso per me e per i miei amici non schizzinosi.
Da molti anni passo le vacanza in un bellissimo paesino del Salento, in Puglia. Là, la gente fa la fila alla fontana per rifornirsi di acqua, moltissime case hanno sul terrazzo un grande contenitore per l’acqua o la cisterna in giardino.
La preziosità di questo elemento la tocchi con mano e la vedi con gli occhi.
Queste note, cara lettrice, mi sono state suggerite dalla sua bella lettera a proposito della lodevole iniziativa di un comune dell’alto lago di installare una grande fontana in centro del paese dove i cittadini possono riempire le bottiglie di acqua naturale o effervescente e portarsela a casa senza spendere nulla.
L’effervescenza, quelle bollicine di anidride carbonica, che tanto piaciono, non è recente conquista.
I meno giovani forse ricordano le bustine di Idriz o di Idrolitina, intrugli miracolosi che trasformavano l’insapore acqua del rubinetto in bibita frizzante, gustosa e ambita.
Lei ha ragione, signora Fontana, acqua effervescente o naturale per tutti e gratis è concreto spot graditissimo al portafoglio dei cittadini e utilissimo alle casse del comune perché comporterà una riduzione dei rifiuti di plastica delle bottiglie e quindi un minore costo per il smaltimento.
L’iniziativa sembra avere trovato entusiasti proseliti: cinquantaquattro comuni di Brescia hanno copiato il progetto ribattezzato “punto acqua” ed entro un mese altri cinquantatre si aggiungeranno alla lista.
Non so quanto il successo dell’iniziativa possa piacere a coloro che del commercio di acqua vivono, tuttavia, cara signora, io mi associo al suo entusiasmo.
In casa mia, in verità, mia moglie ed io da tempo beviamo l’acqua del rubinetto (senza bustine), mia figlia no, lei usa acqua frizzante ma non troppo.
Il mio entusiasmo nasce dall’intrigante idea di potere invitare i miei amici al solito “drago verde” e, porgendo il mio vecchio bicchiere di plastica, chiedere “naturale o gassata?” con malcelata “effervescente naturalezza”.
Si realizzerà il mio innocente sogno?
Ho speranza che sindaco ed assessori leggano queste note.
Poi chissà… non poniamo limiti ala Provvidenza.
Ultima nota: l’acqua è uno dei temi dell’Expò 20015.
Fra le mille proposte avanzate il “punto acqua” non mi sembra affatto sfigurare, anzi…
Signora Fontana, il suo nome sembra inventato per l’occasione, la ringrazio per le sue osservazioni.
Cordialità
Mi piace riproporla insieme al mio commento
Il vostro giornale ha dato notizia dell’iniziativa del comune di San Siro, in alto lago poco dopo Santa Maria Rezzonico, di installare nella piazza del paese una fontana dalla quale i cittadini possono prendere del tutto gratuitamente a piacimento acqua naturale o gasata.
Credo che sia un bel risparmio per molte famiglie non dovere più comperare l’acqua al supermercato ed anche per il comune che deve smaltire la plastica delle bottiglie.
In questi tempi di crisi finalmente una buona iniziativa concreta.
Non vi sembra che altre amministrazioni dovrebbero copiare l’idea?
Perché se ne è parlato così poco?
Perché non si fa anche a Como?
Distinti saluti
Maria Fontana
Cara lettrice,
le rispondo pescando nella memoria del tempo .
“Ti offro da bere al Drago Verde” : tono e parole dell’invito di un amico incontrato casualmente in “vasca”.
La “vasca” è il primo tratto di via Vittorio Emanuele partendo da piazza Duomo, cosiddetto perché da sempre è il luogo di passeggio (su e giù) di moltissimi comaschi.
E si è avviato verso piazza Cavour.
Si è diretto verso la bellissima fontana (eccolo il drago verde) e mi ha invitato a bere a volontà.
Mi sono chinato, un po’ goffo nella mia imperizia, ed ho bevuto a garganella.
L’acqua era fresca, buona e per di più gratis.
Da allora anch’io, agli amici, offro da bere al “drago verde”.
Ho ritrovato in casa fra le cose che non si usano più ma che non si buttano perché non si sa mai, un aggeggio ingegnoso che si trasforma facilmente in bicchiere.
Mi è stato utilissimo secoli fa quando accompagnavo le mie piccole in bicicletta ai giardini a lago, adesso lo uso per me e per i miei amici non schizzinosi.
Da molti anni passo le vacanza in un bellissimo paesino del Salento, in Puglia. Là, la gente fa la fila alla fontana per rifornirsi di acqua, moltissime case hanno sul terrazzo un grande contenitore per l’acqua o la cisterna in giardino.
La preziosità di questo elemento la tocchi con mano e la vedi con gli occhi.
Queste note, cara lettrice, mi sono state suggerite dalla sua bella lettera a proposito della lodevole iniziativa di un comune dell’alto lago di installare una grande fontana in centro del paese dove i cittadini possono riempire le bottiglie di acqua naturale o effervescente e portarsela a casa senza spendere nulla.
L’effervescenza, quelle bollicine di anidride carbonica, che tanto piaciono, non è recente conquista.
I meno giovani forse ricordano le bustine di Idriz o di Idrolitina, intrugli miracolosi che trasformavano l’insapore acqua del rubinetto in bibita frizzante, gustosa e ambita.
Lei ha ragione, signora Fontana, acqua effervescente o naturale per tutti e gratis è concreto spot graditissimo al portafoglio dei cittadini e utilissimo alle casse del comune perché comporterà una riduzione dei rifiuti di plastica delle bottiglie e quindi un minore costo per il smaltimento.
L’iniziativa sembra avere trovato entusiasti proseliti: cinquantaquattro comuni di Brescia hanno copiato il progetto ribattezzato “punto acqua” ed entro un mese altri cinquantatre si aggiungeranno alla lista.
Non so quanto il successo dell’iniziativa possa piacere a coloro che del commercio di acqua vivono, tuttavia, cara signora, io mi associo al suo entusiasmo.
In casa mia, in verità, mia moglie ed io da tempo beviamo l’acqua del rubinetto (senza bustine), mia figlia no, lei usa acqua frizzante ma non troppo.
Il mio entusiasmo nasce dall’intrigante idea di potere invitare i miei amici al solito “drago verde” e, porgendo il mio vecchio bicchiere di plastica, chiedere “naturale o gassata?” con malcelata “effervescente naturalezza”.
Si realizzerà il mio innocente sogno?
Ho speranza che sindaco ed assessori leggano queste note.
Poi chissà… non poniamo limiti ala Provvidenza.
Ultima nota: l’acqua è uno dei temi dell’Expò 20015.
Fra le mille proposte avanzate il “punto acqua” non mi sembra affatto sfigurare, anzi…
Signora Fontana, il suo nome sembra inventato per l’occasione, la ringrazio per le sue osservazioni.
Cordialità
Quelle otto lunghissime ore
"La cruna del lago" è rubrica di divagazione qualche volta seriosa, più spesso leggera, curata dall'autore di queste note sul mensile "Como e dintorni".
Il tema di questo mese è per me intrigante e inquietante.
Varrebbe discuterne.
"La cruna del lago" di renzo romano
Quelle otto lunghissime cortissime ore
Un amico carissimo, qualche mese fa, è stato sottoposto ad un complicato intervento al cuore.
Mi ha raccontato con estrema delicatezza e reticenza, quasi di timore, che da allora è tormentato da un pensiero inquietante.
Ascoltiamolo.
“Dottore, ma dove ero io in quelle otto ore in cui la mia vita(vita?) dipendeva da una macchina?”
Il cardiochirurgo mi ha guardato e mi ha sorriso, soddisfatto per la completa riuscita dell’intervento.
Mi ha sorriso, ma non mi ha risposto.
Già dove sono stato in quel lunghissimo (per i miei cari coscienti) e brevissimo( per me incosciente) intervallo di tempo?
Il mio corpo era lì, steso su un lettino, mentre attorno si agitavano scientemente medici e infermieri.
Lo hanno visto in tanti, e tutti sono pronti a giurare che ero proprio io quella persona (persona?) piena di tubi e fili, distesa su una specie di tavolo bianco e illuminata da lampade accecanti.
Ma l’altro, o forse lo stesso io, quello che non si vede, non si tocca, ma si sente, eccome si sente, dov’era?
La domanda è intrigante.
La razionalità si scontra con ogni possibile risposta.
L’altro mio “io”, comunque lo si chiami, pensiero, anima, soffio vitale, sentimento, non era lì con me perché non ho traccia della sua presenza nella memoria: otto ore di vuoto assoluto.
Tento di dare ordine ai miei pensieri.
Se questo “io” cessa di esistere al momento in cui una macchina tiene in vita l’altro “io”, allora significa che gli “io” sono due: uno che vedi e tocchi, l’altro che senti, ma che non sono legati.
Spero di non essere blasfemo se affermo che il primo “io” può vivere anche senza il secondo.
Sul secondo “io”, quello che non si vede, non so dire se può esistere senza il primo. Io non l’ho sentito in quelle otto ore, pertanto dovrei dedurre che se n’è andato (chissà dove) per ritornare al momento del risveglio del primo “io”.
Mi accorgo che i pensieri si avviluppano in un vortice di razionale irrazionalità che va oltre le mie capacità di intuire, non gia di comprendere, che cosa si nasconde dietro la mia domanda: “dov’ero in quelle otto ore?”
Vita, anima, pensiero: confesso la mia assoluta incapacità non solo di definirli, ma neppure di descriverli.”
Dopo questa rassegnata dichiarazione d’impotenza della ragione il mio amico mi ha guardato in attesa di qualcosa.
L’ho guardato, ho sorriso, proprio come il cardiochirurgo.
Poi il silenzio
Il tema di questo mese è per me intrigante e inquietante.
Varrebbe discuterne.
"La cruna del lago" di renzo romano
Quelle otto lunghissime cortissime ore
Un amico carissimo, qualche mese fa, è stato sottoposto ad un complicato intervento al cuore.
Mi ha raccontato con estrema delicatezza e reticenza, quasi di timore, che da allora è tormentato da un pensiero inquietante.
Ascoltiamolo.
“Dottore, ma dove ero io in quelle otto ore in cui la mia vita(vita?) dipendeva da una macchina?”
Il cardiochirurgo mi ha guardato e mi ha sorriso, soddisfatto per la completa riuscita dell’intervento.
Mi ha sorriso, ma non mi ha risposto.
Già dove sono stato in quel lunghissimo (per i miei cari coscienti) e brevissimo( per me incosciente) intervallo di tempo?
Il mio corpo era lì, steso su un lettino, mentre attorno si agitavano scientemente medici e infermieri.
Lo hanno visto in tanti, e tutti sono pronti a giurare che ero proprio io quella persona (persona?) piena di tubi e fili, distesa su una specie di tavolo bianco e illuminata da lampade accecanti.
Ma l’altro, o forse lo stesso io, quello che non si vede, non si tocca, ma si sente, eccome si sente, dov’era?
La domanda è intrigante.
La razionalità si scontra con ogni possibile risposta.
L’altro mio “io”, comunque lo si chiami, pensiero, anima, soffio vitale, sentimento, non era lì con me perché non ho traccia della sua presenza nella memoria: otto ore di vuoto assoluto.
Tento di dare ordine ai miei pensieri.
Se questo “io” cessa di esistere al momento in cui una macchina tiene in vita l’altro “io”, allora significa che gli “io” sono due: uno che vedi e tocchi, l’altro che senti, ma che non sono legati.
Spero di non essere blasfemo se affermo che il primo “io” può vivere anche senza il secondo.
Sul secondo “io”, quello che non si vede, non so dire se può esistere senza il primo. Io non l’ho sentito in quelle otto ore, pertanto dovrei dedurre che se n’è andato (chissà dove) per ritornare al momento del risveglio del primo “io”.
Mi accorgo che i pensieri si avviluppano in un vortice di razionale irrazionalità che va oltre le mie capacità di intuire, non gia di comprendere, che cosa si nasconde dietro la mia domanda: “dov’ero in quelle otto ore?”
Vita, anima, pensiero: confesso la mia assoluta incapacità non solo di definirli, ma neppure di descriverli.”
Dopo questa rassegnata dichiarazione d’impotenza della ragione il mio amico mi ha guardato in attesa di qualcosa.
L’ho guardato, ho sorriso, proprio come il cardiochirurgo.
Poi il silenzio
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